Biblio-Café “la misura delle cose”

“frammenti sparsi di libri scelti” meglio se sorseggiando un buon caffé

Archivio perromanzo

“raccontami la notte in cui sono nato” di Paolo di Paolo

di paolo di paolo

di paolo di paolo

Stupefacente come appaia densa la vita anteriore, cacciando il naso in questo scatolone. Quale misterioso lievito l’ha fatta crescere? Minuscoli anni, senza peso nella storia dell’universo, manifestano qui la propria massiccia consistenza. Ci siamo stati, sembrano dire, siamo passati e sei passato anche tu. Guerre lontane che sembravano finire (giugno 1999, La guerra è finita, diceva un giornale, era anche l’ultimo giorno di scuola). Festival di Sanremo e telefilm come una segnaletica domestica. Gente che moriva, Mastroianni, Frank Sinatra, De André, Craxi, dove siete andati, cosa avete portato con voi. Aggiungere ore di scuola, città visitate, pomeriggi estivi che concentravano piccole e intere storie del corpo – Cugino mi mostra come due baffi ai lati del pube: cosa mi stai diventando, Cugino-mannaro? Aggiungere pioggia e anche vento, ogni tanto, lungo via Mameli. E dappertutto.
Io ho avuto solo me stesso e le parole. Dietro una corazza disinvolta, dietro modi leggeri, ho nascosto anni di sforzi e imbarazzo; come facevano, gli altri, a esserci con tanta naturalezza? A essere, essersi amici. A muoversi, toccarsi, baciarsi perfino: senza tremare. Come nel gioco della bottiglia: riuniti a cerchio, il tappo indicava chi puniva e chi era punito. Il più delle volte veniva scelto “bacio”: Ma io non giocavo mai. Ero sempre un passo indietro o un passo avanti: raro che riuscissi ad accordarmi con l’andatura altrui. Sempre in fuga o in difesa. Che cosa ti è successo per avere tanta paura. Niente, cosa deve essermi successo. Ma non ti fidi, non ti lasci mai andare. Sei una camicia inamidata, un freezer, una vongola. sei sempre altrove. No ecco, guardami, sono qui. Ogni tanto qualcuno se ne usciva a intentare cause contro mie presunte, siderali distanze. Ti aprirai mai davvero? Io, se vuoi, sono qui. Ti vedo. Si può sapere che cosa hai?

Una notte qualunque – sarà già tardi, cercherai di prendere sonno in fretta – sentirai in prossimità dell’orecchio la cantilena di una zanzara. Possibile che siano già qui, le zanzare, penserai, ma allora è proprio arrivata l’estate. Mentre ti impedirà di prendere sonno, ti verrà da pensare a qualcosa, a qualcuno. Nel malumore, ricorderai quanto ti sei sentito goffo e stupido, l’altra mattina: ti risuona in testa quella tua risata, così rozza – quanto riusciamo ad essere orribili, a volte – e c’era lei a un passo. Penserai che spesso viene da chiedersi: ma perché sono qui, perché mai sono nato – e nato così. Un giorno, quasi distrattamente, ti verrà da chiederlo, a tua madre: mà, mi racconti di quando sono nato? Non sai se l’hai chiesto più con tenerezza o con rabbia, o con tutt’e due. Lei sorriderà, non si aspettava questa domanda, o forse si, se l’aspettava da sempre. E allora ti racconterà chi era lei quando tu non c’eri ancora, e come sono andate le cose quando hai deciso che dovevi arrivare. Tu immaginerai tua mamma con la pancia tonda, e quel giorno di giugno in cui prima non c’eri e poi si. Per qualche minuto o una vita ti scorderai di questa storia. Non la saprai più. Vivere è dimenticarsi di essere nati e perché. Non domanderai più, o mai: ma se fossi nato un poco prima, o un secolo, mille anni fa, o tra mille – fantasie che appartengono ai poeti. Il resto è di chi – ripigliando fiato dopo l’ennesima ferita – bestemmia Dio o se stesso, qualche oscura ragione della terra che lo tiene lì. Il resto è il buio quando ti inghiotte, anche quando è leggero, come in certi spazi dell’adolescenza – per un attimo è un corridoio infinito, senza vie d’uscita, possiate morire è il tuo grido, e rimorire, odiati Lari e Penati , e tutti voi semidei che russate di là in salotto e non capite, ma chi vi ha chiesto di farmi nascere. Poi ci sarà il tempo di riabbracciarli. There will be time. E poi per poco o per troppo verrà maledetta – la vita dopo un tradimento, i risultati di un’analisi, di sangue, o più semplicemente d’amore; la vita dopo qualcuno. Sarà tornando a casa senza riconoscerla. O dal balcone di casa di una qualunque Recanati selvaggia, ma senza le parole buone, neanche quelle – spesa già ogni fuga inutile e pietosa. E sarà pure senza balconi e senza finestre né case, sarà senza coraggio e al vento – perché ci hai abbandonati.

da

RACCONTAMI LA NOTTE IN CUI SONO NATO

di

PAOLO DI PAOLO

Giulio Perrone editore 2008

“l’amante proibita” di Massimiliano Palmese

copertina

Il mito racconta che Acrisio, re di Argo, ebbe da sua moglie come primo e unico dono una figlia femmina, Danae. Il re, che naturalmente si aspettava un maschio a cui lasciare il regno, corse disperato a interrogare l’oracolo di Delfi.

“Non solo tu non avrai un figlio maschio, Acrisio”, gli disse l’oracolo. “Ma il tuo unico nipote, sarà lui che ti ucciderà orrendamente”

Quella notte la regina fu svegliata da grida strazianti. Si alzò dal letto e uscì dalla sua stanza. Le grida erano quelle della piccola Danae che, strappata alla culla, veniva condotta in fretta nelle prigioni della torre. Nonostante le suppliche della moglie, il re fu implacabile. Fece addirittura fondere del bronzo da versare sulle pareti della cella, e ordinò che nessun uomo si avvicinasse. Per esserne più certo il re fece mettere a guardia della prigione cani sempre affamati.

Danae crebbe così in un carcere di bronzo, ma ciò nonostante più passavano gli anni e più si faceva bella, tanto che lo stesso Zeus , dall’alto del suo cielo, se ne invaghì pazzamente.

Non potendo attraversare il bronzo per entrare in contatto con lei, in forma di uomo o in forma d’animale, Zeus escogitò uno degli stratagemmi per i quali era famoso. Si sciolse in pioggia. Piovve a lungo sul regno di Acrisio, piovve sulla torre, e attraverso le fessure delle pareti la pioggia bagnò la cella, fecondando la vergine.

Quando Acrisio vennea sapere che Danae, pur nella solitudine di una prigione, aveva partorito un bambino, tmé davvero che il suo giorno sarebbe arrivato. Il nipote maschio era miracolosamente venuto alla luce – l’oracolo aveva dunque visto giusto – e l’erede presto o tardi l’avrebbe ucciso. “Orrendamente”.

Sconvolto, impaurito, ma senza il coraggio di versare il sangue di un neonato, Arcisio ordinò che i due fossero rinchiusi in una cassa di legno. La cassa venne fatta rotolare giù dalla torre e portata alla spiaggia più vicina. Fu lo stesso Arcisio, con le sue mani, ad avvicinare la cassa all’acqua e a sospingerla nel mare aperto.

Sulla spiaggia di Serifos fu un pescatore di nome Ditti, a intravedere, di lontano tra le onde, una cassa di legno. Fu lui a gettarsi a nuoto per recuperarla e a scoprire una ragazza e un neonato in lacrime….

Il bus verde foresta ci scarica davanti al bar-ristorante . Paula gli getta un’occhiata più che sospettosa. Per tutto il tragitto non le ho parlato. Fissavo la montagna nera fuori dai vetri. Lei mi scrutava con la coda dell’occhio cercando di indovinare i miei pensieri.

Persino la bellezza di Serifos quasi non riesce più a stupirmi. ormai mi sembra quasi di guardare le cose greche con occhi greci. L’isola si è installata dentro di me e adesso mi appartiene. Come una mano o un braccio che si portano attaccati al corpo senza un’emozione particolare. E mi accorgo che neanche ho mai concepito la mia vita se non con il pensiero di te. Che da molto tempo non ho più una vita mia senza questo tormento. Sono legato a te come un innesto riuscito tra due piante che produce un frutto nuovo a cui nessuno ancora ha dato un nome.

da “L’amante proibita”

di Massimiliano Palmese