Biblio-Café “la misura delle cose”
“frammenti sparsi di libri scelti” meglio se sorseggiando un buon cafféArchivio perletteratura
“La modification” di Michel Butor
Mercoledì, quando sei entrato in sala da pranzo per metterti a tavola (attraverso la finestra brillavano gli splendidi viticci del fregio del Pantheon, illuminati da un raggio di bianco sole novembrino che si è presto velato), quando hai visto i tuoi quattro figli in piedi dietro le rispettive sedie, impalati, beffardi, quando hai notato sul suo viso, sulle sue labbra in ombra, quel sorriso trionfante, hai avuto la sensazione che si fossero messi tutti d’accordo per tenderti una trappola, che quei regali sul tuo piatto fossero un’esca, che tutto quel banchetto fosse stato accuratamente preparato per sedurti, tutto combinato per persuaderti fino in fondo d’essere ormai un uomo anziano, ligio, ammansito, quando in realtà ti si era appena offerta una vita ben diversa, la vita che ancora riuscivi a concederti solo nei tuoi pochi giorni romani, l’altra vita di cui quella lì, quella dell’appartamento parigino, non era che l’ombra, ed è per questo che, aggrappandoti alla prudenza nonostante l’irritazione, ti sei impegnato a stare al loro gioco, riuscendo a mostrarti quasi allegro, complimentandoti per le loro scelte, soffiando coscienziosamente sulle quarantacinque candeline, ma decisissimo a mettere fine quanto prima a quell’impostura ormai continua, a quel malinteso così radicato.
Le forze che già da tempo andavano accumulandosi sono esplose nella decisione di questo viaggio, ma gli effetti della deflagrazione non si sono arrestati lì, poiché nella messa in atto del tuo sogno così a lungo accarezzato sei stato costretto a renderti conto che il tuo amore per Cécile è all’insegna di questa enorme stella, e che il tuo desiderio di farla venire a Parigi aveva lo scopo di renderti Roma quotidianamente vicina tramite lei; ma ecco che, venendo nel luogo della tua vita d’ogni giorno, Cécile perde i suoi poteri di intermediaria, si trasforma in una donna come tante altre, una nuova Henriette, con la quale, in quella specie di surrogato di matrimonio che ti ripromettevi di instaurare, ci sarebbero stati problemi dello stesso tipo, per giunta aggravati dall’assenza continuamente rievocativa della città che avrebbe dovuto avvicinarti.
da “La modification” di Michel Butor – 1957
“una questione di cuore” di Umberto Contarello

Quando arriva la notte i corpi sono invisibili e tutto si trasfigura in luce, strisce di luce verde sullo schermo nero dei monitor, e la luce è fatta di numeri, anche se i numeri non riesco a vederli, e la vita e la morte sono numeri e luce, mentre sto qui a pancia in su, coperto di cavi di cui non capisco nulla.
“Ce la fa a dormire così?” E questa voce è la sua, senza dubbio. Anche se non lo conosco sono certo che è lui, cerca di addormentarsi ma non ha sonno. Come me del resto, ha paura e vuole parlare. Mi dice che fa il carrozziere, ha sentito il mio accento e vuole indovinare da che città vengo perché anche suo padre era veneto. “Era di Adria”, dice, “fino alla fine ha parlato veneto e basta”. Lui Adria non l’ha mai vista, anzi mi chiede se è bella e io gli dico che non saprei, l’unica cosa che mi viene in mente è che ci sono le zanzare, non solo d’estate, come negli altri posti, ma anche a ottobre, quando cìè la nebbia, “pensa a una nebbia che ti punge”, gli dico.
Lui è sposato, ha due figlie un terzo in arrivo. Sul suo infarto ha le idee chiare. “E’ stato lo yogurt”, “perché era freddo. La cosa è andata che me so visto grasso, m’è venuto in mente così, all’improvviso, allora me ne vado in palestra, ho detto… Me so’ fatto due tre ore, sai le macchine?, ce sta una macchina per tutti i muscoli, bicipiti, addominali, cosce… Insomma, ho fatto ‘na bella sudata, avrò perso un paio de chili, ho pensato, e adesso se me faccio ‘na pastasciutta rovino tutto. Allora me so bevuto ’sto yogurt, e m’ha fatto male.”
e ancora…
Restiamo in silenzio, sdraiati come un mese fa, in ospedale. L’idea è ancora confusa, difficile da mettere a fuoco, ma dev’essere più o meno così: c’è stata una coincidenza e forse dovrei dire che è stato un destino. Ci siamo incontrati una notte e avevamo il cuore a pezzi, letteralmente però, niente metafore, e poi da lì è iniziato tutto, e questa notte forse riesco a capire, perché in quell’inizio c’era tutto il resto, c’eravamo io e Franco sdraiati nel suo letto matrimoniale, e c’era questa promessa che a un altro sembra impossibile, e invece per noi due è naturale, è la cosa più naturale che si possa fare. “Annamaria s’è addormentata di là,” dice Franco, e allora non penso più a niente, “va bene”, gli dico, stanotte dormiamo insieme.
da “Una questione di cuore” di Umberto Contarello
Nota dell’autore:
Condivido queste parole con Guido Iuculano
collega e amico del futuro
Dedico queste parole
a Francesca
che ho amato a mani nude.
“il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli

Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino, l’Annina emerse dall’ombra in cui la sua morte si era nascosta da molti anni e, all’improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse, come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava apoggiata a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine, quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio dallo sforzo, e sentì per l’ultima volta l’odore di viole del suo fratello gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l’Annina si dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro.
“Ma guarda…” disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso la base del tronco, e là si fermò per sempre.
da “il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli









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