Biblio-Café “la misura delle cose”

“frammenti sparsi di libri scelti” meglio se sorseggiando un buon caffé

Archivio per Luglio, 2008

“il libro dell’inquietudine di bernando soares” di Fernando Pessoa

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(151)

10-11.9.1931

Fin dal primo mattino, a dispetto della consuetudine solare di questa città chiara, un manto leggero di nebbia, indorato a poco a poco dal sole, avvolgeva la successione delle case, la mancanza di soluzione degli spazi, i dislivelli del terreno e degli edifici. Poi, al sopraggiungere del mattino pieno, la bruma leggera ha cominciato a sfilacciarsi e a dissolversi in maniera indefinibile con aliti di ombre di veli, verso le dieci soltanto l’azzurro torbido del cielo rivelava il passaggio della nebbia.

Con la caduta della maschera offuscante, il volto della città è risorto: come se una finestra si spalancasse, il giorno già alto si è alzato. Si è verificato un leggero cambiamento del rumore di ogni cosa. Poi altri rumori si sono levati. Un’intonazione di azzurro si è insinuata persino nelle pietre delle strade e nell’aura impersonale dei passanti. Il sole era caldo, ma di un caldo ancora umido. La nebbia ormai inesistente lo filtrava in modo invisibile.

Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenge degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, , sui tetti. Un’aurora in campagna mi fa star bene; un’aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Si perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagne esiste, un mattino in città promette; il primo fa vivere, il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.

da: “Il libro dell’inquietudine di Bernando Soares”

di Fernando Pessoa

titolo dell’opera originale: “Livro o desassossego por Bernando Soares”

” Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio un romanzo doppio, perché pessoa ha inventato un personaggio e gli ha dato il compito di scrivere un diario…”

Antonio Tabucchi

“l’amante proibita” di Massimiliano Palmese

copertina

Il mito racconta che Acrisio, re di Argo, ebbe da sua moglie come primo e unico dono una figlia femmina, Danae. Il re, che naturalmente si aspettava un maschio a cui lasciare il regno, corse disperato a interrogare l’oracolo di Delfi.

“Non solo tu non avrai un figlio maschio, Acrisio”, gli disse l’oracolo. “Ma il tuo unico nipote, sarà lui che ti ucciderà orrendamente”

Quella notte la regina fu svegliata da grida strazianti. Si alzò dal letto e uscì dalla sua stanza. Le grida erano quelle della piccola Danae che, strappata alla culla, veniva condotta in fretta nelle prigioni della torre. Nonostante le suppliche della moglie, il re fu implacabile. Fece addirittura fondere del bronzo da versare sulle pareti della cella, e ordinò che nessun uomo si avvicinasse. Per esserne più certo il re fece mettere a guardia della prigione cani sempre affamati.

Danae crebbe così in un carcere di bronzo, ma ciò nonostante più passavano gli anni e più si faceva bella, tanto che lo stesso Zeus , dall’alto del suo cielo, se ne invaghì pazzamente.

Non potendo attraversare il bronzo per entrare in contatto con lei, in forma di uomo o in forma d’animale, Zeus escogitò uno degli stratagemmi per i quali era famoso. Si sciolse in pioggia. Piovve a lungo sul regno di Acrisio, piovve sulla torre, e attraverso le fessure delle pareti la pioggia bagnò la cella, fecondando la vergine.

Quando Acrisio vennea sapere che Danae, pur nella solitudine di una prigione, aveva partorito un bambino, tmé davvero che il suo giorno sarebbe arrivato. Il nipote maschio era miracolosamente venuto alla luce – l’oracolo aveva dunque visto giusto – e l’erede presto o tardi l’avrebbe ucciso. “Orrendamente”.

Sconvolto, impaurito, ma senza il coraggio di versare il sangue di un neonato, Arcisio ordinò che i due fossero rinchiusi in una cassa di legno. La cassa venne fatta rotolare giù dalla torre e portata alla spiaggia più vicina. Fu lo stesso Arcisio, con le sue mani, ad avvicinare la cassa all’acqua e a sospingerla nel mare aperto.

Sulla spiaggia di Serifos fu un pescatore di nome Ditti, a intravedere, di lontano tra le onde, una cassa di legno. Fu lui a gettarsi a nuoto per recuperarla e a scoprire una ragazza e un neonato in lacrime….

Il bus verde foresta ci scarica davanti al bar-ristorante . Paula gli getta un’occhiata più che sospettosa. Per tutto il tragitto non le ho parlato. Fissavo la montagna nera fuori dai vetri. Lei mi scrutava con la coda dell’occhio cercando di indovinare i miei pensieri.

Persino la bellezza di Serifos quasi non riesce più a stupirmi. ormai mi sembra quasi di guardare le cose greche con occhi greci. L’isola si è installata dentro di me e adesso mi appartiene. Come una mano o un braccio che si portano attaccati al corpo senza un’emozione particolare. E mi accorgo che neanche ho mai concepito la mia vita se non con il pensiero di te. Che da molto tempo non ho più una vita mia senza questo tormento. Sono legato a te come un innesto riuscito tra due piante che produce un frutto nuovo a cui nessuno ancora ha dato un nome.

da “L’amante proibita”

di Massimiliano Palmese