Biblio-Café “la misura delle cose”

“frammenti sparsi di libri scelti” meglio se sorseggiando un buon caffé

Archivio per Giugno, 2008

“una questione di cuore” di Umberto Contarello

Quando arriva la notte i corpi sono invisibili e tutto si trasfigura in luce, strisce di luce verde sullo schermo nero dei monitor, e la luce è fatta di numeri, anche se i numeri non riesco a vederli, e la vita e la morte sono numeri e luce, mentre sto qui a pancia in su, coperto di cavi di cui non capisco nulla.

“Ce la fa a dormire così?” E questa voce è la sua, senza dubbio. Anche se non lo conosco sono certo che è lui, cerca di addormentarsi ma non ha sonno. Come me del resto, ha paura e vuole parlare. Mi dice che fa il carrozziere, ha sentito il mio accento e vuole indovinare da che città vengo perché anche suo padre era veneto. “Era di Adria”, dice, “fino alla fine ha parlato veneto e basta”. Lui Adria non l’ha mai vista, anzi mi chiede se è bella e io gli dico che non saprei, l’unica cosa che mi viene in mente è che ci sono le zanzare, non solo d’estate, come negli altri posti, ma anche a ottobre, quando cìè la nebbia, “pensa a una nebbia che ti punge”, gli dico.

Lui è sposato, ha due figlie un terzo in arrivo. Sul suo infarto ha le idee chiare. “E’ stato lo yogurt”, “perché era freddo. La cosa è andata che me so visto grasso, m’è venuto in mente così, all’improvviso, allora me ne vado in palestra, ho detto… Me so’ fatto due tre ore, sai le macchine?, ce sta una macchina per tutti i muscoli, bicipiti, addominali, cosce… Insomma, ho fatto ‘na bella sudata, avrò perso un paio de chili, ho pensato, e adesso se me faccio ‘na pastasciutta rovino tutto. Allora me so bevuto ’sto yogurt, e m’ha fatto male.”

e ancora…

Restiamo in silenzio, sdraiati come un mese fa, in ospedale. L’idea è ancora confusa, difficile da mettere a fuoco, ma dev’essere più o meno così: c’è stata una coincidenza e forse dovrei dire che è stato un destino. Ci siamo incontrati una notte e avevamo il cuore a pezzi, letteralmente però, niente metafore, e poi da lì è iniziato tutto, e questa notte forse riesco a capire, perché in quell’inizio c’era tutto il resto, c’eravamo io e Franco sdraiati nel suo letto matrimoniale, e c’era questa promessa che a un altro sembra impossibile, e invece per noi due è naturale, è la cosa più naturale che si possa fare. “Annamaria s’è addormentata di là,” dice Franco, e allora non penso più a niente, “va bene”, gli dico, stanotte dormiamo insieme.

da “Una questione di cuore” di Umberto Contarello

Nota dell’autore:

Condivido queste parole con Guido Iuculano

collega e amico del futuro

Dedico queste parole

a Francesca

che ho amato a mani nude.

“di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver

In vita mia, ne ho viste di cose. Una volta stavo andando a casa di mia madre per fermarmi da lei qualche giorno, ma appena metto il piede sull’ultimo scalino, do un’occhiata e la vedo che sta sul divano a sbaciucchiarsi con un tizio. Era estate, la porta era aperta e il televisore acceso. Ecco una delle cose che ho visto.

Mia madre ha sessantacinque anni. E’ iscritta a un club di cuori solitari.Comunque ci rimasi di sasso. Mi bloccai lì, in cima alle scale, con la mano sulla ringhiera a guardare quell’uomo che la baciava.

brano tratto dal libro di Raymond Carver

“L’ALTRA VERITA’” di Alda Merini

Al principio del ‘65 quando ancora le leggi erano molto restrittive, ai malati era consentito così poco che nemmeno gli si dava la libertà nel lavarsi. E’ chiaro che il malato di mente non ha nessuna voglia di rendersi bello proprio perché, essendo stato strappato via della società, non ha più voglia di avere contatti con l’esterno. Allora si ricorreva ad un mezzo coercitivo. Venivamo tutti allineati davanti ad un lavello comune, denudati e lavati da pesanti infermiere che ci facevano poi asciugare in un lenzuolo eguale per capienza a un sudario, e per giunta lercio e puzzolente. Alle più vecchie facevano tremare le flaccide carni e così, nude come erano, facevano veramente ribrezzo. La prima volta che dovetti sottostare a questa rigida disciplina svenni, e per lo schifo, e perché ero così indebolita dalla degenza che non mi reggevo più in piedi. Ci allineavano tutte davanti a un lavello comune con i piedi nudi per terra fissi nelle pozzanghere d’acqua. Poi ci strappavano di dosso i pochi indumenti (il camicione dell’ospedale di lino grezzo eguale per tutti, che aveva dei cordoncini ai lati e che lasciava filtrare aria da tutte le parti). Poi le infermiere passavano ad insaponarci anche nelle parti più intime, e ci asciugavano in un comune lenzuolo lercio. le più vecchie cadevano a terra per il modo maldestro con cui venivano trattate. Alcune scivolavano, altre battevano pesantemente la testa. Io, ogni mattina, davanti a quel lavello e all’odore terribile del luogo, svenivo e venivo ripresa con male parole e buttata sotto l’acua diaccia.

Si veniva fuori da quello strano inferno già stordite, con la riprova che la nostra demenza rimaneva un fatto inspiegabile e che non avrebbe avuto nessuna verità razionale.

Poi ci allineavano su delle pancacce sordide, accanto a dei finestroni enormi, e lì stavamo a guardare per terra come delle colpevoli, ammazzate dalla indifferenza, senza una parola, un sorriso, un dialogo qualunque.

brano tratto da “L’altra verità” di Alda Merini