livrarie

raccontami la notte in cui sono nato

In invito alla lettura on 8 Settembre, 2008 at 6:13 pm
di paolo di paolo

di paolo di paolo

Stupefacente come appaia densa la vita anteriore, cacciando il naso in questo scatolone. Quale misterioso lievito l’ha fatta crescere? Minuscoli anni, senza peso nella storia dell’universo, manifestano qui la propria massiccia consistenza. Ci siamo stati, sembrano dire, siamo passati e sei passato anche tu. Guerre lontane che sembravano finire (giugno 1999, La guerra è finita, diceva un giornale, era anche l’ultimo giorno di scuola). Festival di Sanremo e telefilm come una segnaletica domestica. Gente che moriva, Mastroianni, Frank Sinatra, De André, Craxi, dove siete andati, cosa avete portato con voi. Aggiungere ore di scuola, città visitate, pomeriggi estivi che concentravano piccole e intere storie del corpo - Cugino mi mostra come due baffi ai lati del pube: cosa mi stai diventando, Cugino-mannaro? Aggiungere pioggia e anche vento, ogni tanto, lungo via Mameli. E dappertutto.
Io ho avuto solo me stesso e le parole. Dietro una corazza disinvolta, dietro modi leggeri, ho nascosto anni di sforzi e imbarazzo; come facevano, gli altri, a esserci con tanta naturalezza? A essere, essersi amici. A muoversi, toccarsi, baciarsi perfino: senza tremare. Come nel gioco della bottiglia: riuniti a cerchio, il tappo indicava chi puniva e chi era punito. Il più delle volte veniva scelto “bacio”: Ma io non giocavo mai. Ero sempre un passo indietro o un passo avanti: raro che riuscissi ad accordarmi con l’andatura altrui. Sempre in fuga o in difesa. Che cosa ti è successo per avere tanta paura. Niente, cosa deve essermi successo. Ma non ti fidi, non ti lasci mai andare. Sei una camicia inamidata, un freezer, una vongola. sei sempre altrove. No ecco, guardami, sono qui. Ogni tanto qualcuno se ne usciva a intentare cause contro mie presunte, siderali distanze. Ti aprirai mai davvero? Io, se vuoi, sono qui. Ti vedo. Si può sapere che cosa hai?

Una notte qualunque - sarà già tardi, cercherai di prendere sonno in fretta - sentirai in prossimità dell’orecchio la cantilena di una zanzara. Possibile che siano già qui, le zanzare, penserai, ma allora è proprio arrivata l’estate. Mentre ti impedirà di prendere sonno, ti verrà da pensare a qualcosa, a qualcuno. Nel malumore, ricorderai quanto ti sei sentito goffo e stupido, l’altra mattina: ti risuona in testa quella tua risata, così rozza - quanto riusciamo ad essere orribili, a volte - e c’era lei a un passo. Penserai che spesso viene da chiedersi: ma perché sono qui, perché mai sono nato - e nato così. Un giorno, quasi distrattamente, ti verrà da chiederlo, a tua madre: mà, mi racconti di quando sono nato? Non sai se l’hai chiesto più con tenerezza o con rabbia, o con tutt’e due. Lei sorriderà, non si aspettava questa domanda, o forse si, se l’aspettava da sempre. E allora ti racconterà chi era lei quando tu non c’eri ancora, e come sono andate le cose quando hai deciso che dovevi arrivare. Tu immaginerai tua mamma con la pancia tonda, e quel giorno di giugno in cui prima non c’eri e poi si. Per qualche minuto o una vita ti scorderai di questa storia. Non la saprai più. Vivere è dimenticarsi di essere nati e perché. Non domanderai più, o mai: ma se fossi nato un poco prima, o un secolo, mille anni fa, o tra mille - fantasie che appartengono ai poeti. Il resto è di chi - ripigliando fiato dopo l’ennesima ferita - bestemmia Dio o se stesso, qualche oscura ragione della terra che lo tiene lì. Il resto è il buio quando ti inghiotte, anche quando è leggero, come in certi spazi dell’adolescenza - per un attimo è un corridoio infinito, senza vie d’uscita, possiate morire è il tuo grido, e rimorire, odiati Lari e Penati , e tutti voi semidei che russate di là in salotto e non capite, ma chi vi ha chiesto di farmi nascere. Poi ci sarà il tempo di riabbracciarli. There will be time. E poi per poco o per troppo verrà maledetta - la vita dopo un tradimento, i risultati di un’analisi, di sangue, o più semplicemente d’amore; la vita dopo qualcuno. Sarà tornando a casa senza riconoscerla. O dal balcone di casa di una qualunque Recanati selvaggia, ma senza le parole buone, neanche quelle - spesa già ogni fuga inutile e pietosa. E sarà pure senza balconi e senza finestre né case, sarà senza coraggio e al vento - perché ci hai abbandonati.

da

RACCONTAMI LA NOTTE IN CUI SONO NATO

di

PAOLO DI PAOLO

Giulio Perrone editore 2008

La modificazione

In invito alla lettura on 4 Settembre, 2008 at 2:53 pm

Mercoledì, quando sei entrato in sala da pranzo per metterti a tavola (attraverso la finestra brillavano gli splendidi viticci del fregio del Pantheon, illuminati da un raggio di bianco sole novembrino che si è presto velato), quando hai visto i tuoi quattro figli in piedi dietro le rispettive sedie, impalati, beffardi, quando hai notato sul suo viso, sulle sue labbra in ombra, quel sorriso trionfante, hai avuto la sensazione che si fossero messi tutti d’accordo per tenderti una trappola, che quei regali sul tuo piatto fossero un’esca, che tutto quel banchetto fosse stato accuratamente preparato per sedurti, tutto combinato per persuaderti fino in fondo d’essere ormai un uomo anziano, ligio, ammansito, quando in realtà ti si era appena offerta una vita ben diversa, la vita che ancora riuscivi a concederti solo nei tuoi pochi giorni romani, l’altra vita di cui quella lì, quella dell’appartamento parigino, non era che l’ombra, ed è per questo che, aggrappandoti alla prudenza nonostante l’irritazione, ti sei impegnato a stare al loro gioco, riuscendo a mostrarti quasi allegro,  complimentandoti per le loro scelte, soffiando coscienziosamente sulle quarantacinque candeline, ma decisissimo a mettere fine quanto prima a quell’impostura ormai continua, a quel malinteso così radicato.

Le forze che già da tempo andavano accumulandosi sono esplose nella decisione di questo viaggio, ma gli effetti della deflagrazione non si sono arrestati lì, poiché nella messa in atto del tuo sogno così a lungo accarezzato sei stato costretto a renderti conto che il tuo amore per Cécile è all’insegna di questa enorme stella, e che il tuo desiderio di farla venire a Parigi aveva lo scopo di renderti Roma quotidianamente vicina tramite lei; ma ecco che, venendo nel luogo della tua vita d’ogni giorno, Cécile perde i suoi poteri di intermediaria, si trasforma in una donna come tante altre, una nuova Henriette, con la quale, in quella specie di surrogato di matrimonio che ti ripromettevi di instaurare, ci sarebbero stati problemi dello stesso tipo, per giunta aggravati dall’assenza continuamente rievocativa della città che avrebbe dovuto avvicinarti.

da “La modification” di Michel Butor - 1957

“il libro dell’inquietudine di bernando soares” Fernando Pessoa

In invito alla lettura on 20 Luglio, 2008 at 9:29 am

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10-11.9.1931

Fin dal primo mattino, a dispetto della consuetudine solare di questa città chiara, un manto leggero di nebbia, indorato a poco a poco dal sole, avvolgeva la successione delle case, la mancanza di soluzione degli spazi, i dislivelli del terreno e degli edifici. Poi, al sopraggiungere del mattino pieno, la bruma leggera ha cominciato a sfilacciarsi e a dissolversi in maniera indefinibile con aliti di ombre di veli, verso le dieci soltanto l’azzurro torbido del cielo rivelava il passaggio della nebbia.

Con la caduta della maschera offuscante, il volto della città è risorto: come se una finestra si spalancasse, il giorno già alto si è alzato. Si è verificato un leggero cambiamento del rumore di ogni cosa. Poi altri rumori si sono levati. Un’intonazione di azzurro si è insinuata persino nelle pietre delle strade e nell’aura impersonale dei passanti. Il sole era caldo, ma di un caldo ancora umido. La nebbia ormai inesistente lo filtrava in modo invisibile.

Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenge degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, , sui tetti. Un’aurora in campagna mi fa star bene; un’aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Si perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagne esiste, un mattino in città promette; il primo fa vivere, il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.

da: “Il libro dell’inquietudine di Bernando Soares”

di Fernando Pessoa

titolo dell’opera originale: “Livro o desassossego por Bernando Soares”

” Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio un romanzo doppio, perché pessoa ha inventato un personaggio e gli ha dato il compito di scrivere un diario…”

Antonio Tabucchi